La canzone comune di Rosa Montero

Discorso inaugurale di Rosa Montero al Pisa Book Festival 2018

Se ci pensi bene, scrivere romanzi è un’attività abbastanza assurda. Intendo dire che tu passi molte ore al giorno per mesi e anni sola in un angolino di casa tua, inventando bugie. Scrivendo di un uomo biondo che non esiste, che indossa scarpe di vernice che non esistono, che apre una porta rossa che non esiste. E molte volte, mentre consumi la tua vita facendo questo, ti dici: «Certo che è assurdo! Ha un senso tutto questo? Interesserà a qualcun altro, oltre che alla sottoscritta, quest’uomo biondo dalle scarpe rilucenti?». Per questo noi scrittori siamo individui così bisognosi dell’approvazione degli altri, così estremamente desiderosi di elogi. Può sembrare vanità, ma io credo che sia soprattutto insicurezza. Un’insicurezza colossale. Perché, se dopo aver passato anni a inventare tutte queste bugie non c’è nessuno dall’altra parte che ci dica «a me interessa», «a me emoziona» allora in cosa si convertirà questo sforzo di immaginazione? Nel delirio di un pazzo. Lo affermava già l’autore messicano Sergio Pitol: «Il romanziere è un individuo che ascolta voci, cosa che lo fa somigliare a un demente».

Ma ciò che è affascinante, meraviglioso, enigmatico è che questa pazzia è ampiamente condivisa. Noi umani abbiamo bisogno di raccontarci per vivere. Per poter sopportare l’esistenza. Siamo tutti scrittori di un romanzo che è la nostra vita e nel quale ci diamo il ruolo di protagonista. Siamo parole in cerca di senso, siamo un racconto. Cominciando dalla nostra memoria, che è un racconto, un’invenzione. Ho un fratello con cui a volte parlo del passato, rievochiamo momenti della nostra infanzia; beh, i genitori di mio fratello non hanno niente a che vedere con i miei genitori. Non so da dove li abbia presi. Il fatto è che ciò che noi ricordiamo non è la realtà ma la versione che noi costruiamo di questa realtà. E senza questa immaginazione che rimodella e dà una parvenza di senso al caos dell’esistenza, le nostre vite sarebbero insopportabili, invivibili, tutto rumore e furia come direbbe Shakespeare.

Questa narrazione, insomma, diventa tutto ciò che siamo. Perché, se la memoria è invenzione, lo è anche l’identità, dato che questa si basa sulla memoria stessa. C’è uno studio straordinario dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) del 2011 sulla depressione. È una ricerca enorme che ha coinvolto 89.000 persone provenienti da diciotto paesi e che analizza come moltissimi fattori influiscano sulla depressione: la classe sociale, l’età, il sesso, l’educazione etc. Ma ciò che ora mi interessa, e che per questo voglio portare alla vostra attenzione, è che è stato scoperto che essere separati o divorziati aumenta il rischio di soffrire di depressione acuta in dodici paesi, mentre essere vedovo o vedova ha ovunque molta meno influenza. Mi è parso un dato incredibile che sembra andare contro a ciò che si vede e alla ragione. Anche io sono vedova e sono rimasta sbalordita. E infatti c’è da chiedersi: «Cosa manca ai divorziati perché siano più depressi dei vedovi?». Ovviamente non è l’essere amato. Ciò che manca ai divorziati è un racconto consolatorio. Una storia lieta alla quale aggrapparsi. Il vedovo può chiudere la storia, raccontarsela in maniera più bella e guaritrice. Ma per il divorziato è difficile farlo perché lì c’è il maledetto ex coniuge che disturba. Siamo un puro racconto. Epitteto diceva: «Noi esseri umani non soffriamo per le cose che ci accadono ma per ciò che diciamo di queste cose». E Noah Harari, nel suo celeberrimo saggio Sapiens, assicura che la chiave evolutiva che permise ai nostri antenati ominidi di diventare sapiens fu esattamente la capacità di inventare storie. La narrazione è tutto e per questo ci sono molte terapie basate sulla parola. Cambia la narrazione e cambierai la vita.

E questa narrazione in fin dei conti è un mormorio collettivo. Con gli anni, ho sempre più la sensazione che ci sia una continuità nella mente umana e che, in effetti, esista un inconscio collettivo che ci lega, come se fossimo un fitto banco di pesci che danzano all’unisono senza saperlo. E i romanzi fanno parte di questa danza, di questo tutto, di questa musica, di questa canzone comune che inoltre contiene le note proprie dei nostri riferimenti culturali. I romanzi sono i sogni dell’Umanità e nascono nello stesso punto dell’inconscio in cui nascono i sogni. Perciò lo scrittore che è capace di immergersi nelle profondità del proprio inconscio arriverà all’inconscio collettivo, perché in fondo a ognuno di noi ci siamo tutti. Per questo è così importante un festival letterario come quello di Pisa. Per questo sono felice che la Spagna sia il Paese ospite d’onore di quest’anno: perché così possiamo cantare insieme le nostre canzoni, ascoltare i nostri mormorii, riconoscerci. Rafforzare i legami della nostra identità essenziale. La nostra complicità come mediterranei, come europei, come esseri umani.

Perché la scrittura e la lettura sono state dalla notte dei tempi le nostre migliori armi contro l’orrore. E quanta fede, quanta speranza ci sono nell’atto di scrivere e leggere. Lasciate che vi racconti la storia di John Clyn. Accadde nel 1348, periodo della grande peste in Europa, la più grande pandemia della storia dell’Umanità. In un solo anno, tra la metà e i due terzi della popolazione europea morì vittima della peste bubbonica. Morirono metà dei cittadini di Parigi, due terzi di quelli di Valencia…Scomparvero interi paesi, i campi da coltivare si persero sotto le erbacce, i banditi regnavano sulle strade e l’Europa impiegò un secolo e mezzo per rialzarsi. Agnolo di Tura, un cronista di Siena, scrisse: «Ho sotterrato con le mie stesse mani cinque figli in una sola tomba. Non ci sono state né campane né lacrime. Questa è la fine del mondo». E lo era, senza dubbio. Lo sembrava. Ebbene, John Clyn era un monaco irlandese che viveva in convento e che vide come si ammalavano e morivano uno dopo l’altro tutti gli altri monaci. Tra l’altro, la peste bubbonica è una malattia crudele che causa una morte atroce e dolorosa. John Clyn scrisse ciò che stava vivendo. Seppelliva i suoi compagni e scriveva il resoconto di quello che accadeva. Lo faceva, disse, «affinché le cose memorabili non svaniscano nel ricordo di coloro che verranno dopo di noi». E, quando seppellì l’ultimo dei suoi compagni del convento e ormai rimaneva solo lui, lasciò uno spazio bianco sulla pergamena «affinché quest’opera venga continuata nel caso in cui qualcuno della stirpe di Adamo sopravviva alla pestilenza». E in effetti, qualcuno della stirpe di Adamo sopravvisse e più tardi annotò sulla pergamena che John Clyn era morto di peste in completa solitudine. Ma ci ha lasciato il suo testo che oggi è considerato la fonte di informazione più importante di cui disponiamo sulla grande peste. Immaginate quanta fede, quanta speranza deve avere avuto John Clyn per scrivere queste parole sull’orlo del baratro. Noi lettori e scrittori, perché siamo anche lettori, formiamo una lunghissima treccia attraverso il tempo e lo spazio. Noi lettori e scrittori intrecciamo la corda che ci permette di uscire dal pozzo.

C’è una foto meravigliosa in bianco e nero che è stata scattata in Inghilterra durante il Blitz, ossia durante i feroci bombardamenti tedeschi che durarono dal settembre del 1940 al maggio del 1941 e che rasero al suolo la città. L’istantanea mostra una biblioteca distrutta. Il tetto è crollato, depositando al suolo instabili mucchi di detriti, ma parte dei muri è rimasta in piedi con le sue librerie e i suoi libri. Tre uomini vestiti impeccabilmente con cappotto e cappello stanno curiosando tra gli scaffali. Uno cerca qualcosa tra i dorsi dei libri, un altro sfoglia il volume che ha tra le mani e il terzo sta prendendo un tomo dalla libreria. Tutti così tranquilli e assorti in ciò che fanno, come se intorno a loro non regnasse il caos più assoluto. Il Blitz uccise 40.000 persone e distrusse un milione di edifici; a quel tempo, inoltre, sembrava che Hitler avrebbe vinto e che il mondo conosciuto stesse per finire. Qualcuno potrebbe pensare che questi tre individui cercassero di evadere, di dimenticare l’atroce momento che stavano vivendo. Però io penso proprio il contrario: che tentassero di riaffermare quest’altra realtà più profonda, quella della bellezza; che tentassero di aggrapparsi alla treccia collettiva della civilizzazione non per dimenticare l’orrore, ma per combatterlo, per vincerlo. Per avere la speranza che l’essere umano possa essere migliore di quello che in realtà è. Credo che noi uomini leggiamo e scriviamo per scappare dal cieco e marcio caos. Diceva Flaubert che scrivere è un modo di vivere. Io più che altro credo che sia un modo di sopravvivere.

Perché l’oscurità ci circonda sempre. È l’abisso del nonsenso della vita, del Male e del Dolore, della morte. Del tempo, questo giardiniere pazzo che pota le nostre possibilità di futuro e che finisce sempre per fare delle nostre vite qualcosa di molto più piccolo dei nostri sogni. Anche la vita dell’uomo o della donna più grandi, di Alessandro Magno, di Marie Curie, è più piccola dei loro sogni.

E per questo leggiamo, per questo andiamo al cinema e a teatro, ed esattamente per questo oggi siamo tutti qui. Lo scrittore portoghese Fernando Pessoa dice: «L’esistenza della letteratura è la prova inequivocabile che la vita non basta». Ed è vero: non basta, no. Cerchiamo sempre qualcosa in più. Qualcosa che ci completi e ci consoli. Il pittore francese Georges Braque disse una frase meravigliosa: «L’arte è una ferita fatta luce». Chiaro, cos’altro potremmo fare con le ferite se non cercare di trasformarle in luce? Abbiamo bisogno di questa luce, di questa bellezza perché la vita sia sopportabile. Un festival come questo di Pisa ci permette di dare un senso e una continuità alla vita. Ci permette di aspirare a essere migliori di quello che siamo. Grazie per averci offerto questo spazio di incontro e di speranza per continuare a cantare la canzone comune.

 

Rosa Montero ha scritto questo discorso in occasione della sedicesima edizione del Pisa Book Festival, dove la Spagna è stata Paese Ospite.

 

Versione originale: La canción común

Si te paras a pensarlo, escribir novelas es una actividad bastante absurda. Quiero decir que te pasas muchas horas al día durante meses y años, sola en una esquina de tu casa, inventando mentiras. Escribiendo sobre un hombre rubio que no existe, calzado con unos zapatos de charol que no existen, que abre una puerta roja que no existe. Y muchas veces, mientras consumes tu vida en ello, te dices: ¡Pero qué absurdo! ¿Tiene todo esto algún sentido?¿Le interesará a alguien más, aparte de a mí misma, este hombre rubio de zapatos relucientes? Por eso los escritores somos unos individuos tan necesitados de la aprobación de los demás, tan extremadamente menesterosos del elogio. Puede parecer vanidad, pero yo creo que sobre todo es inseguridad. Una inseguridad colosal. Porque, si después de pasarnos años ideando todas estas mentiras no hay nadie al otro lado que nos dice: a mí me interesa, a mí me emociona, ¿en qué se convertiría ese esfuerzo de imaginación? En el delirio de un loco. Ya lo decía el autor mexicano Sergio Pitol: “Un novelista es un individuo que escucha voces, lo cual lo asemeja con un demente.”

Pero lo fascinante, lo maravilloso, lo enigmático, es que esa locura es ampliamente compartida. Los humanos necesitamos narrarnos para vivir. Para poder soportar la existencia. Todos somos escritores de una novela que es nuestra vida y en la que nos damos el papel protagonista. Somos palabras en busca de sentido, somos un relato. Empezando por nuestra memoria, que es un cuento, un invento.Tengo un hermano con el que a veces hablo del pasado, reremoramos momentos de nuestra infancia; pues bien, los padres de mi hermano no tienen nada que ver con mis padres. No sé de dónde los ha sacado. Y es que lo que recordamos no es la realidad, sino una versión que nosotros construimos de esa realidad. Y sin esa imaginación que rehace y le da una apariencia de sentido al caos de la existencia, nuestras vidas serían insoportables, invivibles, puro ruido y furia, como diría Shakespeare.

Esa narración, en fin, llega a ser todo lo que somos. Porque, si la memoria es un invento, la identidad tambien lo es, puesto que se basa en la memoria. Hay un estudio magnifico de la OMS (Organización Mundial de la Salud) del año 2011 sobre la depresión. Es una investigación enorme con 89.000 personas pertenecientes a dieciocho países y analiza cómo influyen un montón de factores sobre la depresión: la clase social, la edad, el sexo, la educación, etcétera. Pero lo que ahora me interesa, y por lo que lo saco a colación, es que descubrieron que estar separado o divorciado aumenta el riesgo de sufrir depresiones agudas en doce de los países, mientras que ser viudo o viuda tiene mucha menos influencia en todas partes. Me pareció un dato increíble que parece ir en contra de lo que una observa y de la razón. Yo misma soy viuda, y me quedé pasmada. Y entonces hay que preguntarse,

¿Qué es lo que les falta a los divorciados para que estén más deprimidos que los viudos? Obviamente no es el ser amado. Lo que les falta a los divorciados es un relato consolador. Una historia bella a la que agarrarse. El viudo puede cerrar la historia, contársela de la manera más hermosa y sanadora. Pero el divorciado tiene dificil hacer esto, porque ahí está el maldito excónyuge fastidiando. Somos un puro cuento. Epicteto decía: A los humanos no nos afecta lo que nos sucede, sino lo que nos decimos sobre lo que nos sucede. Y Noah Harari, en su celebérrimo ensayo Sapiens, asegura que la clave evolutiva que convirtió a nuestros ancestros homínidos en sapiens fue justamente la capacidad de inventar narrativas. La narración lo es todo, por eso hay tantas terapias basadas en la palabra. Cambia la narración y cambiarás la vida.

Y esa narración al final es un murmullo colectivo. Con los años, tengo la creciente sensación de que hay una continuidad en la mente humana; de que, en efecto, existe un inconsciente colectivo que nos entreteje, como si fuéramos cardúmenes de apretados peces que danzan al unísono sin saberlo. Y las novelas forman parte de esa danza, de ese todo, de esa música, de esa canción común que ademas contiene las notas propias de nuestras referencias culturales. Las novelas son los sueños de la Humanidad, y nacen del mismo lugar del inconsciente de donde nacen los sueños. De modo que el escritor que es capaz de bajar a lo mas hondo de su inconsciente llegara al inconsciente colectivo, porque muy dentro de cada uno de nosotros estamos todos. Por eso es tan importante un festival literario como el de Pisa. Por eso me encanta que España sea el pais de honor de este año: porque podemos cantar nuestras canciones juntos, escuchar nuestros murmullos, reconocernos. Reforzar los lazos de nuestra identidad esencial. Nuestra complicidad como mediterráneos, como europeos, como seres humanos.

Porque la escritura y la lectura han sido desde el principio de los tiempos nuestras mejores armas contra el horror. Y cuánta fe, cuánta esperanza hay en el hecho de escribir y de leer. Dejadme que os cuente la historia de John Clyn. Sucedió en 1348, que fue cuando hubo la Gran Peste en Europa, la mayor pandemia de la historia de la Humanidad. En tan sólo un año, murió víctima de la Peste bubónica entre la mitad y los dos tercios de la población europea. Fallecieron la mitad de los ciudadanos de Paris, dos tercios de los de Venecia… Desaparecieron pueblos enteros, los campos de labor se perdieron bajo las malezas, los bandoleros reinaban en los caminos y Europa tardo en recuperarse siglo y medio. Agniola di Tura, un cronista de la ciudad de Siena, escribió: “Enterré con mis propias manos a cinco hijos en una sola tumba. No hubo campañas. Ni lágrimas. Esto es el fin del mundo”. Y lo era, sin duda. Lo parecía. Pues bien, John Clyn era un monje irlandés que vivía en un convento y que fue viendo cómo enfermaban y morían uno tras otro todos los otros monjes. Además la peste bubónica es una enfermedad cruel con una muerte atroz y dolorosa. John Clyn fue escribiendo lo que estaba viviendo. Enterraba a sus compañeros y escribía el relato de lo que pasaba. Lo hacía, dijo, “para que las cosas memorables no se desvanezcan en el recuerdo de los que vendrán detrás de nosotros”. Y cuando enterró al último de sus compañeros del convento y ya sólo quedaba él, dejó un espacio en blanco en el pergamino “con el fin de que esta obra se continúe si por ventura alguien de la estirpe de Adan burla la pestilencia”. Y en efecto, alguien de la estirpe de Adan sobrevivió y anotó más tarde en el pergamino que John Clyn había muerto de la peste en completa soledad. Pero nos dejó su texto, que hoy es la fuente más importante de información que disponemos sobre la Gran Peste. Imaginad cuanta fe, cuanta esperanza tuvo que tener John Clyn para escribir esas palabras al borde del abismo. Los lectores y los escritores, que también somos lectores, formamos una larguísima trenza a través del tiempo y del espacio. Lectores y escritores entretejemos la cuerda que nos permite salir del pozo.

Hay una foto maravillosa en blanco y negro que está tomada en Inglaterra durante el Blitz, esto es, durante los feroces bombardeos alemanes, que duraron desde septiembre de 1940 a mayo de 1941 y destrozaron la ciudad. La instantánea muestra una biblioteca destruída. El techo se ha derrumbado, depositando inestables montones de cascotes sobre el suelo, pero parte de los muros queda en pie, con sus estanterías y sus libros. Tres hombres impecablemente vestidos, con abrigo y sombrero, están curioseando entre las baldas. Uno busca algo en los lomos de los libros, otro hojea un volumen que tiene entre las manos, el tercero está sacando un tomo de la estantería. Todos tan tranquilos y absortos en lo que hacen, como si alrededor de ellos no reinara el caos más absoluto. El Blitz mató a 40.000 personas y destruyó un millón de viviendas; por aquel entonces, además, parecía que Hitler iba a ganar y que el mundo conocido se acababa. Algunos pueden pensar que esos tres individuos buscaban evadirse, olvidar el atroz momento que vivían. Pero yo creo que sucedía justo lo contrario: que intentaban reafirmar esa otra realidad más profunda, la de la belleza; que intentaban agarrarse a la trenza colectiva de la civilización no para olvidarse del horror, sino para combatirlo, para vencerlo. Para tener la esperanza de que el ser humano puede ser mejor de lo que en realidad es. Creo que los humanos leemos y escribimos para escapar del ciego y sucio caos. Decía Flaubert que escribir es una manera de vivir. Pero yo más bien creo que es una manera de sobrevivir.

Porque la oscuridad siempre nos ronda. Es el abismo del sinsentido de la vida, del Mal y del Dolor, de la muerte. Del tiempo, ese jardinero loco que va podando nuestras posibilidades de futuro y que siempre termina haciendo de nuestras vidas algo mucho más pequeño que nuestros sueños. Incluso la vida del hombre o la mujer mas grandes, de Alejandro el Magno, de Marie Curie, son más pequeñas que sus sueños.

Y por eso leemos, por eso vamos al cine y al teatro, y exactamente por eso estamos hoy todos aquí. El escritor portugués Fernando Pessoa dice: “La existencia de la literatura es la prueba inequívoca de que la vida no basta”. Y es verdad: no basta, no. Siempre buscamos algo más. Algo que nos complete y nos consuele. El pintor francés Georges Braque tiene una frase maravillosa: “El arte es una herida hecha luz”. Claro, ¿qué otra cosas podemos hacer con las heridas, sino intentar convertirlas en luz? Necesitamos esa luz, esa belleza, para que la vida sea soportable. Un festival como este de Pisa nos permite darle un sentido y una continuidad a la vida. Nos permite aspirar a ser mejores de lo que somos. Gracias por ofrecernos este espacio de encuentro y de esperanza para seguir cantando la canción común.

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